domenica XXV - p. Ermes Ronchi - 20 settembre
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. (...)
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
Mt 20,1-16
DIO GENEROSO, NON INGIUSTO
Non mi dispiace che Tu sia buono, perché so che mi cercherai anche quando sarà tardi, e saprai scorgere una goccia di luce anche dentro il mio ultimo minuto.
Della mia infanzia contadina ricordo bene che il vigneto era per tutti il campo più curato e amato. Lo è anche per lo strano padrone di questa parabola: esce per ben cinque volte dall’alba, in cerca di lavoratori, fino al tramonto, quando assume operai per un’ora soltanto. Il tempo di arrivare, spiegare, dare i primi colpi di zappa, ed è già l’ora di una paga da pochi centesimi. Perché lo fa? La frase rivelativa suona così: Perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente? È di loro che si interessa, di quegli uomini senza lavoro, seduti ad aspettare poco più del nulla, piombati dentro la cultura dello scarto. Mi piace tanto questo Dio che si avvicina, scuote chi si è adagiato e fa ripartire la vita.
E poi viene il cuore della parabola: il momento della paga. Senza logica apparente incomincia dagli ultimi, i meno produttivi e i meno stanchi. E i primi devono assistere ad un evento inaudito: un’ora di lavoro pagata quanto una giornata intera. Il padrone della vigna non annulla la giustizia, la supera: “quanto il cielo sovrasta la terra tanto le mie vie sovrastano le vostre vie” (Isaia 55,9). Non ingiusto verso i primi, ma generoso verso gli ultimi.
La nostra speranza è davvero in un Dio per il quale i due spiccioli della vedova valgono più delle ricche offerte dei ricchi; per il quale l’uomo viene prima del denaro, la persona prima del capitale, il bisogno prima dei meriti.
Poi si apre l’ora dei mugugni: i primi pensavano che avrebbero ricevuto di più. Se oggi è così generoso, chissà cosa darà a noi! Invece ricevono il denaro pattuito, e reclamano: non è giusto, dovevi dare a loro di meno e a noi di più!
Mi conforta un dettaglio. Ci hanno sempre detto: forza, sbrigati, avanti, c’è poco tempo… Nella parabola questo padrone ci rasserena: non c’è ansia o fretta, c’è invece pazienza e tempo. Il tempo è il messaggero di Dio. Non temere piccolo lavoratore arrivato ultimo: lui troverà il tempo, verrà a cercarti, sarà lui a varcare la distanza, lui a colmare il vuoto.
Quale il vantaggio di esser stato un lavoratore della prima ora? Forse nella paga finale più alta? No, ma è nella felice coscienza di aver messo mano alla fecondità e alla bellezza del mondo, aver lavorato per grappoli d’amore nel mio angolo di terra, nel fazzoletto di vigna che mi è dato in sorte, per un po’ di vino buono da offrire al cuore del mondo.
“Ti dispiace che io sia buono?” No, Signore, è bellissimo. Non mi dispiace, perché quello dell’ultima ora sono io, un po’ ozioso, un po’ bisognoso.
Non mi dispiace, perché sono l’ultimo arrivato eppure tu mi assicuri che nessun piccolo tassello è inutile per te, nessuno è scartato.
Non mi dispiace che Tu sia buono, perché so che verrai a cercarmi anche quando si sarà fatto tardi, e saprai scorgere una goccia di luce nascosta anche dentro il mio ultimo minuto.